Romeo e Giulietta - William Shakespeare pt2

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Squall.Leonhart
view post Posted on 26/7/2010, 21:33




continuo..


SCENA SECONDA - Giardino dei Capuleti

(Entra GIULIETTA)


GIULIETTA: Tornate di galoppo, o voi corsieri dai piedi di fiamma, alla dimora di Febo: un cocchiere come Fetonte vi avrebbe già cacciati a colpi di frusta nell'occidente, e avrebbe immediatamente ricondotta la fosca notte. Stendi la tua fitta cortina, o notte, sacerdotessa d'amore; affinché gli occhi del fuggitivo giorno possan chiuder le palpebre, e Romeo balzi fra queste braccia, senza che alcuno si occupi di lui e lo veda. Gli amanti, per compiere i loro riti amorosi, ci vedono abbastanza al lume della loro beltà: se poi l'amore è cieco, tanto meglio si accorda con la notte. Vieni, o notte solenne, o matrona dal severo abbigliamento, tutta vestita di nero, e insegnami a perdere una partita vinta, nella quale si giocano due verginità senza macchia. Copri col tuo nero manto il mio sangue male addomesticato, che si dibatte nelle mie guance, finché il timido amore, fattosi ardito, veda nell'atto dell'amore sincero un gesto di semplice pudore.

Vieni, o notte, vieni, o Romeo, tu che sarai il giorno nella notte, poiché riposerai sulle ali della notte, più bianco che recente neve sul dorso di un corvo. Vieni, o gentile notte, vieni, o amabile notte dalla nera fronte, dammi il mio Romeo; e quando egli morrà, prendilo e taglialo in piccole stelle, ed egli renderà così bella la faccia del cielo che tutto il mondo s'innamorerà della notte, e non presterà più nessun culto all'abbagliante sole. Oh! io ho comprato un palazzo d'amore, ma non lo posseggo: ed io, sebbene venduta, ancora non sono goduta da colui che mi ha acquistata: questo giorno è così tediosamente lungo, come la notte che precede un giorno di festa, per un fanciullo impaziente il quale ha un vestito nuovo, e non vede l'ora di metterselo. Oh! ecco qua la mia nutrice.



(Entra la Nutrice con delle corde)


Essa mi porta notizie, e per me ogni lingua che pronunzi soltanto il nome di Romeo, parla con una eloquenza celeste. Ebbene, nutrice che nuove? Che cosa c'è lì? Le corde che Romeo ti disse di cercare?

NUTRICE: Sì, sì, le corde.



(Le butta in terra)


GIULIETTA: Ahimè! che notizie mi porti? perché ti torci le mani così?

NUTRICE: Ah! maledizione! egli è morto, è morto, è morto. Siamo perdute, signora, siamo perdute! Ah, maledetto giorno! egli se n'è andato è ucciso, è morto.

GIULIETTA: Il cielo può esser così malvagio?

NUTRICE: Romeo può esserlo se non lo può essere il cielo. O Romeo, Romeo! Chi l'avrebbe mai pensato! Romeo!...

GIULIETTA: Qual diavolo sei tu, che mi tormenti in questo modo? Una simile tortura dovrebbe ruggire nel buio dell'inferno. Forse Romeo s'è ucciso? Rispondi soltanto "sì", e questa semplice sillaba avrà un veleno più potente degli occhi del basilisco che scagliano dardi di morte. Io non esisto più, se esiste un tale "sì", o se si chiusero quegli occhi che ti fanno rispondere "sì". S'egli è ucciso, dimmi "sì", se no, dimmi "no": due parole così brevi decidono della mia gioia o del mio dolore.

NUTRICE: Io ho visto la ferita, l'ho vista con gli occhi miei (Dio l'abbia in gloria!) qui sul suo robusto petto: un cadavere che fa pietà, un miserando cadavere sanguinante; livido, livido come la cenere, tutto lordo di sangue, tutto grumi di sangue: a quella vista sono svenuta.

GIULIETTA: Oh, spezzati, cuore mio! misero fallito, spezzati all'istante! In prigione, occhi miei, voi non dovete più vedere la libertà! Vile terra, ritorna alla terra, cessa sull'istante di essere animata, e tu e Romeo gravate del vostro peso una sola bara.

NUTRICE: O Tebaldo, Tebaldo, il migliore amico che avevo! O gentile Tebaldo, onesto gentiluomo! Così io non fossi mai vissuta per vederti morto!

GIULIETTA: Che uragano è mai questo che imperversa con sì contrari venti ? Romeo è ucciso, e Tebaldo è morto? Il mio ben amato cugino, e il mio signore a me più caro ancora? Allora, o terribile tromba, suona il giudizio universale! poiché chi è ancora vivo, se loro due non sono più?

NUTRICE: Tebaldo è morto, e Romeo è bandito: Romeo, il quale lo uccise, è mandato in esilio.

GIULIETTA: O Dio! la mano di Romeo ha versato il sangue di Tebaldo?

NUTRICE: Sì, sì, oh maledetto giorno, essa lo ha versato!

GIULIETTA: O cuore di serpe nascosto sotto una faccia fiorente di bellezza! Un drago abitò mai una caverna così bella? O tiranno pieno di beltà! Demonio dalle forme di angelo! Corvo dalle piume di colomba!

Agnello dalla voracità di lupo! Spregevole sostanza di una apparenza divina! Opposto preciso di quello che tu sembri! Santo dannato!

Onorevole ribaldo! O natura, che cosa puoi tu fare nell'inferno, se hai dato ricetto allo spirito di un demonio nel paradiso mortale di un corpo così bello? Ci fu mai libro così ben rilegato, che contenesse materia tanto vile? E' egli possibile che la perfidia abiti un sì splendido palazzo?

NUTRICE: Non c'è più lealtà, più fede, più onestà negli uomini: sono tutti spergiuri, tutti menzogneri, tutti malvagi, tutti ipocriti. Ah, dov'è il mio servo? Datemi un po' di acquavite: questi dolori, queste pene, queste angosce mi fanno diventar vecchia. La vergogna cada su Romeo!

GIULIETTA: Ti si secchi la lingua per questo tuo voto! Egli non è nato per l'onta! L'onta si vergognerebbe di sedere sulla sua fronte; poiché essa è un trono, sul quale l'onore potrebbe essere incoronato monarca assoluto dell'universo. Ah! qual mostro sono io stata ad inveire contro di lui!

NUTRICE: Vi metterete a dir bene di colui che ha ucciso il vostro cugino?

GIULIETTA: Dovrò dir male di colui che è mio marito? Ah! mio povero signore, quale lingua accarezzerà il nome tuo, se io, che sono tua moglie da tre ore, ne ho fatto scempio? Ma perché, iniquo, uccidesti il cugino mio? Quell'iniquo cugino avrebbe voluto uccidere mio marito:

indietro, stolte lacrime, tornate alla vostra sorgente natìa; le vostre stille sono un tributo che appartiene al dolore, e voi per errore l'offrite alla gioia. Vive mio marito, che Tebaldo avrebbe voluto uccidere, ed è morto Tebaldo, che avrebbe voluto uccidere mio marito; tutto ciò è una notizia consolante, perché piangere dunque? Vi è stata una parola più funesta della morte di Tebaldo, che mi ha ucciso: io vorrei ben dimenticarla, ma ahimè, essa pesa sulla mia memoria, come un esecrando delitto pesa sulla coscienza del colpevole:

"Tebaldo è morto, e Romeo bandito"; quel "bandito", quell'unica parola "bandito", ha ucciso diecimila Tebaldi! La notizia della morte di Tebaldo era un dolore abbastanza grande se fosse finita lì: ma se l'amaro dolore si compiace della compagnia, e vuole ad ogni costo trovarsi insieme con altri dolori, perché quando ella ha detto:

"Tebaldo è morto", non ha aggiunto anche "è morto tuo padre" o "è morta tua madre" ovvero "sono morti tutti e due"? Questo, almeno, mi avrebbe fatto piangere come tutti gli altri: ma quella retroguardia che ha seguito la morte di Tebaldo, quel "Romeo è bandito", oh! il pronunziare quella parola equivale a dire: padre, madre, Tebaldo, Romeo, Giulietta, sono tutti uccisi, tutti morti! "Romeo è bandito"!

Oh! non c'è fine, non c'è limite, non c'è misura, non c'è confine nella potenza mortale di questa parola! non vi sono parole che possano esprimere un dolore come questo. Nutrice, dove sono mio padre e mia madre?

NUTRICE: A piangere e disperarsi sul cadavere di Tebaldo. Volete andare da loro? Vi condurrò là.

GIULIETTA: Lavino pure con le lacrime le sue ferite: quando gli occhi loro si saranno disseccati, verserò io le mie per l'esilio di Romeo.

Raccogli quelle corde. Povere corde, anche voi siete state ingannate come me, poiché Romeo è esiliato: egli aveva fatto di voi una via maestra per giungere al mio letto; ma io, fanciulla, muoio fanciulla e vedova. Venite corde, vieni, nutrice, io vado al mio letto nuziale; e la morte, non Romeo, s'abbia la mia verginità!

NUTRICE: Andate in camera vostra: io anderò in cerca di Romeo perché venga a confortarvi; io so bene dov'egli è. Ascoltatemi, il vostro Romeo stanotte sarà qui: vado da lui; egli è nascosto nella cella di frate Lorenzo.

GIULIETTA: Oh, trovalo! da' questo anello al mio fedele cavaliere, e digli che venga a prendere il suo ultimo addio.



(Escono)






SCENA TERZA - La cella di Frate Lorenzo

(Entra Frate LORENZO)


FRATE LORENZO: Romeo, vieni fuori, esci uomo pavido: il dolore s'è innamorato delle tue qualità, e tu hai sposato la sventura.



(Entra ROMEO)


ROMEO: Padre, quali notizie? Qual è la sentenza del principe? Qual dolore, che io non conosca ancora, chiede di stringermi la mano per fare la mia conoscenza?

FRATE LORENZO: Il mio caro figliuolo è anche troppo famigliare con triste compagnia di questo genere; io ti porto notizie del giudizio del principe.

ROMEO: Quanto è meno grave del giudizio universale il giudizio del principe?

FRATE LORENZO: Una più mite sentenza è uscita dalle sue labbra: non la morte del corpo, ma l'esilio del corpo.

ROMEO: Ah! l'esilio? abbi pietà, di' piuttosto la morte, poiché c'è più terrore nello sguardo dell'esilio, molto più terrore, che nella morte: non dire "esilio".

FRATE LORENZO: Tu sei esiliato di qui, da Verona; pazienza, il mondo è grande e vasto.

ROMEO: Non esiste mondo fuori delle mura di Verona: non c'è che purgatorio, supplizio, l'inferno stesso. Essere esiliato di qui, vuol dire essere esiliato dal mondo, e l'esilio dal mondo è la morte:

l'esilio è dunque una morte sotto falso nome. Chiamando la morte "esilio" tu mi tagli la testa con una scure d'oro, e sorridi al colpo che mi assassina!

FRATE LORENZO: O peccato mortale! O grossolana ingratitudine! Per la tua colpa la nostra legge reclama la morte; ma il buon principe, prendendo le tue parti, ha gettato in un canto la legge, ed ha cambiato la sinistra parola "morte" in "esilio": questa è vera clemenza, e tu non lo vedi!

ROMEO: E' tortura, e non clemenza: il cielo è qui dove vive Giulietta; ed ogni gatto, ogni cane, il più piccolo topo, l'essere più insignificante, vive qui nel cielo e può contemplare Giulietta, ma Romeo non può. C'è più riguardo, più dignità, più cortesia per le mosche che volano intorno a una carogna, che per Romeo: esse possono posarsi sopra quella meraviglia di candidezza che è la mano della cara Giulietta, possono rubare una gioia immortale alle sue labbra, che si fanno anche più rosse, nel loro pudore puro e verginale, quasi credessero che quei loro baci sono un peccato; ma Romeo non può, egli è esiliato: tali gioie possono sottrarre a lei le mosche, mentre io debbo sottrarmi a tali gioie. Esse son libere, ma io sono esiliato: e tu seguiti a dirmi che l'esilio non è la morte? Non avevi tu, per uccidermi, una bevanda avvelenata, un coltello affilato, un altro mezzo qualunque di morte pronta, per ignominioso che sia? Non avevi altro che questa parola: "esiliato"? "Esiliato"? Questa parola, o padre, la pronunziano i dannati nell'inferno, e un urlo di dolore l'accompagna. Come hai tu dunque il coraggio, tu che sei un sacerdote, un confessore d'anime, uno che assolve i peccati, tu che ti professi mio amico, di straziarmi con codesta parola "esiliato"?

FRATE LORENZO: O uomo pazzo dalla passione, ascolta, lasciami dire una sola parola.

ROMEO: Oh, ma tu parlerai ancora di esilio.

FRATE LORENZO: Ti darò un'armatura che ti protegga da questa parola; ti darò il dolce latte della sventura, la filosofia, che ti consolerà, sebbene tu sia esiliato.

ROMEO: Ancora "esiliato"? Alla forca la filosofia! Se non può farmi una Giulietta, se non può cambiare di posto una città, annullare la sentenza di un principe, la filosofia non giova a nulla, non può nulla; non me ne parlare.

FRATE LORENZO: Oh, veggo bene che i pazzi non hanno orecchie!

ROMEO: Come potrebbero averle, se i saggi non hanno occhi?

FRATE LORENZO: Lasciami discutere con te della tua situazione.

ROMEO: Tu non puoi parlare di ciò che non senti: se tu fossi giovane come me, e Giulietta fosse l'amor tuo; se tu fossi sposato soltanto da un'ora, e avessi ucciso Tebaldo, se tu fossi pazzo di amore come sono io, e come me esiliato, allora potresti parlare, allora potresti strapparti i capelli, e gettarti per terra, come fo io ora, per prendere la misura di una fossa non ancora scavata.



(Battono alla porta)


FRATE LORENZO: Alzati, picchiano alla porta; mio buon Romeo, nasconditi.

ROMEO: Io no, a meno che l'alito dei miei angosciosi sospiri mi avvolga come una nube, e mi sottragga all'indagine degli occhi.



(Battono ancora)


FRATE LORENZO: Senti, come picchiano! Chi è? Romeo, alzati, sarai arrestato. Aspettate un momento! Alzati: corri nel mio studio.

(Battono ancora) Adesso! Sia fatta la volontà di Dio, che maniera è questa? Vengo, vengo! (Battono) Chi è che batte in questo modo? Da parte di chi venite? Che cosa volete?

NUTRICE (di dentro): Fatemi entrare, e saprete la mia imbasciata; vengo da parte della signora Giulietta.

FRATE LORENZO: Siate la benvenuta, allora.

NUTRICE: Oh, santo frate, oh, ditemi, santo frate, dov'è lo sposo della mia signora dov'è Romeo?

FRATE LORENZO: E' là per terra ubriaco delle sue lacrime.

NUTRICE: Oh! nello stato identico della mia padrona, proprio nello stato di lei!

FRATE LORENZO: Oh, quale simpatia di dolore! quale pietosa situazione!

NUTRICE: Proprio così essa giace per terra: singhiozzando e piangendo, piangendo e singhiozzando. Alzatevi, alzatevi; alzatevi, se siete un uomo, per amore di Giulietta per amor suo, alzatevi e state in piedi; perché abbandonarsi a così profondi omei?

ROMEO: Nutrice!

NUTRICE: Ah signore! Ah signore! Via, la morte soltanto è la fine di tutto.

ROMEO: Parlavi di Giulietta? Come ha preso la cosa? Non mi crede un provetto assassino, ora che ho macchiato l'infanzia della nostra gioia con un sangue che è quasi il suo? Dov'è? Come sta? e che cosa dice, la mia furtiva sposa, del nostro amore spezzato?

NUTRICE: Oh, essa non dice nulla, signore, non fa che piangere e piangere; ora si lascia cadere sul suo letto, ora balza in piedi ad un tratto, e si mette a chiamare Tebaldo; poi grida il nome di Romeo, e ricade giù un'altra volta.

ROMEO: Quasi che quel nome, scaricatole addosso dalla canna letale di un cannone, l'assassinasse, come la mano maledetta di colui che porta quel nome ha assassinato suo cugino. Oh! ditemi, padre, ditemi: in qual vile parte di questa carcassa alberga il nome mio? ditemelo, ch'io possa mettere a sacco la sua odiosa abitazione.



(Sguainando la spada)


FRATE LORENZO: Ferma la tua mano disperata! Sei tu un uomo? La tua sembianza grida di sì: ma le tue lacrime sono proprio di una femminuccia; i tuoi atti violenti dimostrano l'insensato furore di una belva. O donna indegnamente nascosta sotto la figura apparente di un uomo! o, meglio, belva deforme sotto l'aspetto di entrambi! Tu mi hai fatto stupire: pel sacro ordine al quale appartengo, io ti credevo di un carattere meglio temprato. Hai ucciso Tebaldo? ed ora vuoi uccidere te stesso? vuoi uccidere la donna tua, che vive della tua vita, commettendo un atto di odio maledetto contro te stesso? Perché maledici la tua nascita, il cielo e la terra? Nascita, cielo e terra, tutti e tre in un solo istante si sono incontrati in te, e tu in un solo istante vuoi perderli? Via, via! tu rechi oltraggio alla tua bella persona, al tuo amore, al tuo senno; di questi doni onde sei tanto ricco, tu, simile all'usuraio, in verità non fai di nessuno quel legittimo uso che dovrebbe ornare anche di più la tua persona, il tuo amore, il tuo senno. La tua bella persona non è che un'immagine di cera, poiché ha fatto divorzio da ciò che è l'essenza umana: il tenero amore che giurasti, altro non è che un perfido spergiuro, poiché uccide la donna che tu hai fatto voto di amare teneramente; il tuo senno, quest'ornamento della bellezza e dell'amore, guastato da loro due, ha preso fuoco per la tua inesperienza, come la polvere dentro la fiasca di un inesperto soldato, e tu squarci le tue membra con l'arma stessa che è la tua propria difesa. Andiamo, alzati, giovinotto! La tua Giulietta vive, la tua cara Giulietta, per amor della quale pur ora morivi: per questa parte dunque tu sei felice. Tebaldo voleva uccidere te, tu, invece, hai ucciso Tebaldo: anche in questo tu sei felice. La legge che ti minacciava di morte, ti si fa amica, e cambia la morte in esilio: tu sei felice anche in ciò. Un sacco di benedizioni, dunque, ti casca addosso dal cielo; la fortuna ti fa la corte, vestita dei suoi abiti più belli; e tu, come una ragazzaccia sgarbata e dispettosa, fai il broncio alla tua fortuna e al tuo amore.

Bada, sta' attento, perché la gente fatta così finisce male. Andiamo, va' dalla tua amata, come era stato fissato, sali nella sua camera, e procura di consolarla. Ma bada di non trattenerti fino al momento in cui monta la guardia, poiché allora non potresti più uscire di lì per andare a Mantova, dove tu rimarrai, finché troveremo il momento opportuno per rivelare il vostro matrimonio, per riconciliare i vostri amici, per implorare dal principe il perdono, e poterti far ritornare dall'esilio con una gioia a mille doppi più grande del pianto in mezzo al quale sarai partito. Tu va' innanzi, nutrice: riveriscimi la tua signora, e dille di mandar tutti quelli di casa a letto presto, cosa alla quale saranno disposti per il dolore che li opprime; Romeo viene.

NUTRICE: O signore mio, sarei rimasta qui tutta la notte ad ascoltare questi buoni consigli: oh, che gran cosa è l'istruzione! Signor mio, dirò alla mia padrona che voi venite.

ROMEO: Diglielo, e avverti la mia diletta che si prepari a farmi una gridata.

NUTRICE: A voi, signore; questo è un anello che essa mi ordinò di dare a voi, signore: sbrigatevi, fate presto, perché si sta facendo molto tardi.



(Esce)


ROMEO: Oh, come la speranza si ravviva in me per questo dono.

FRATE LORENZO: Va', buona notte; e ricordati che tutto il vostro destino sta qui: o tu vai via prima che sia montata la guardia, o allo spuntar del giorno fuggi di qui travestito: fermati a Mantova, io farò ricerca del tuo servitore, ed egli ti riferirà di tanto in tanto tutto ciò che di bene per te accade qui. Dammi la mano, è tardi; addio, buona notte.

ROMEO: Se una gioia superiore ad ogni altra non mi chiamasse, per me sarebbe un dolore separarmi da voi così in fretta. Addio.



(Escono)






SCENA QUARTA - Una stanza in casa Capuleti

(Entrano il CAPULETI, MADONNA CAPULETI e PARIDE)


CAPULETI: Che volete, signore, le cose han preso una così brutta piega che noi non abbiamo avuto il tempo di interrogare nostra figlia.

Vedete, essa amava teneramente il suo cugino Tebaldo, ed io lo stesso.

Ebbene, siamo nati per morire. E' molto tardi, stasera essa non scenderà più: vi garantisco, che se non fosse per la vostra compagnia, io sarei stato a letto da un'ora.

PARIDE: Questi momenti di dolore non lascian tempo di parlare di nozze. Signora, buona notte: ricordatemi alla vostra figliuola.

MADONNA CAPULETI: Lo farò, e domattina per tempo saprò il suo pensiero; questa sera essa si è chiusa nel suo dolore.

CAPULETI: Ser Paride, io vi faccio risolutamente offerta formale dell'amore di mia figlia: credo che essa si lascerà regolare da me in tutto e per tutto, anzi, non ne dubito. Moglie mia, voi prima di andare a letto recatevi da lei; fatele noto l'amore di mio figlio Paride, ed avvertitela; statemi bene attenta che mercoledì prossimo...

ma adagio, che giorno è oggi?

PARIDE: Lunedì, signore mio.

CAPULETI: Lunedì? eh, eh! allora mercoledì è troppo presto: sarà per giovedì, ditele che giovedì ella sarà maritata a questo nobile conte... Voi sarete pronto? Vi fa piacere questa sollecitudine? Non faremo gran festa: un amico o due, perché, vedete, essendo così poco tempo che Tebaldo è stato ucciso, si potrebbe pensare che c'importasse poco di lui, benché nostro cugino, se si facessero delle feste molto rumorose: perciò una mezza dozzina di amici e basta. Ma che cosa dite di giovedì?

PARIDE: Signor mio, vorrei che giovedì fosse domani.

CAPULETI: Sta bene, andate pure: allora siamo intesi per giovedì.

Moglie mia, prima di andare a letto recatevi da Giulietta, e preparatela al giorno delle nozze che abbiamo fissato per lei. Addio, signore. Fate lume alla camera mia! ehi! In fede mia è così tardi, che fra poco si potrebbe dire che è presto. Buona notte.



(Escono)






SCENA QUINTA - Il giardino dei Capuleti

(Entrano ROMEO e GIULIETTA in alto, alla finestra di camera)


GIULIETTA: Vuoi già partire? Il giorno non è ancora vicino: era l'usignolo, e non l'allodola, quello che ti ha ferito col suo canto l'orecchio trepidante; esso canta tutte le notti su quel melograno laggiù: credi, amor mio, era l'usignolo.

ROMEO: Era l'allodola, messaggera del mattino, non l'usignolo: guarda, amore, come quelle strisce di luce invidiose della nostra gioia, cingono di una frangia luminosa le nubi che si disperdono laggiù nell'oriente; i lumi della notte si sono spenti a poco a poco, e il dì giocondo si affaccia in punta di piedi sulle nebbiose cime delle montagne: io debbo partire e vivere, o restare e morire.

GIULIETTA: Quella luce laggiù non è la luce del giorno, io lo so bene:

è qualche meteora che il sole emana, affinché stanotte essa ti sia come una face, e rischiari la via a te in cammino per Mantova; perciò rimani ancora; non è vero che tu devi partire ad ogni costo.

ROMEO: Mi prendano pure, mi mettano a morte: io sono contento, se tu vuoi così. Dirò che quel barlume laggiù non è l'occhio del mattino, ma il pallido riflesso della fronte di Cinzia; dirò che non è l'allodola quella che ferisce coi suoi accenti la volta del cielo, su in alto sopra le nostre teste: io ho più desiderio di rimanere che volontà di partire: vieni, o morte, e sii la benvenuta! Giulietta vuol così. Va bene, anima mia? discorriamo, non è ancor giorno.

GIULIETTA: E' giorno, è giorno: parti, fuggi di qua, presto! è l'allodola quella che canta in sì discordi accenti, sforzando la sua voce a striduli suoni e sgradevoli acuti. Dicono che l'allodola canta come da una dolce partitura: questa no, poiché partisce noi due; dicono che l'allodola e l'aborrito rospo hanno fatto scambio degli occhi: oh, in questo momento io vorrei che si fossero scambiata anche la voce! poiché quella voce ci strappa con terrore l'una dalle braccia dell'altro e scaccia di qui te sonando la sveglia al giorno. Ah, parti, ora: la luce si fa sempre più chiara.

ROMEO: Più chiara, sempre più chiara; e di più in più cupi i nostri dolori!



(Entra in camera la Nutrice)


NUTRICE: Signora!

GIULIETTA: Nutrice?

NUTRICE: Vostra madre viene in camera vostra: il giorno è spuntato; siate prudente, fate attenzione.



(Esce)


GIULIETTA: Su via, finestra, lascia entrare il giorno ed uscire la mia vita.

ROMEO: Addio, addio, un bacio e scendo.



(Romeo scende)


GIULIETTA: Sei dunque partito così? amor mio, mio signore, ah, mio marito, amico mio! Tu mi devi mandare tue notizie ogni giorno che c'è in un'ora poiché in un solo minuto vi sono più giorni: oh! contando le ore così, sarò già vecchia prima di rivedere il mio Romeo!

ROMEO: Addio! Io non mi lascerò sfuggire nessuna occasione, amor mio, che possa portarti i miei saluti.

GIULIETTA: Oh! dimmi, pensi tu che noi ci rivedremo mai più?

ROMEO: Non ne dubito; e tutte queste angosce, un giorno, saranno per noi due argomento di dolci discorsi.

GIULIETTA: O Dio! Io ho nell'anima una triste visione. Mi par di vederti, ora che sei costaggiù, come se tu fossi un morto in fondo ad una tomba; o la vista m'inganna, o tu sembri pallido.

ROMEO: E credimi, amor mio, anche tu, agli occhi miei, sembri così:

l'angoscia sitibonda beve il nostro sangue. Addio! Addio!



(Esce)


GIULIETTA: O fortuna, fortuna! tutti gli uomini ti chiamano incostante; se tu sei incostante, che ti importa di lui, famoso per la sua fedeltà? Sii incostante, o fortuna; poiché allora io spero che tu non lo terrai lontano per lungo tempo, ma lo rimanderai presto.

MADONNA CAPULETI (di dentro): Figlia mia! sei alzata?

GIULIETTA: Chi è che chiama? è mia madre? Ancora non è andata a letto, sebbene sia così tardi, oppure si è alzata così presto? Quale insolita ragione la conduce qui?



(Entra MADONNA CAPULETI)


MADONNA CAPULETI: Ebbene, come va ora, Giulietta?

GIULIETTA: Signora, non sto bene.

MADONNA CAPULETI: Ancora piangi per la morte di tuo cugino? Che cosa credi, di portarlo via dalla sua tomba col fiotto delle tue lacrime? E se anche tu potessi portarlo via, non potresti mica farlo rivivere; dunque smetti: un dolore moderato è segno di molto affetto, ma un dolore esagerato è sempre indizio di poco senno.

GIULIETTA: Lasciate, tuttavia, che io pianga una perdita così sensibile.

MADONNA CAPULETI: Facendo così sentirai la perdita, ma non già l'amico per il quale tu piangi.

GIULIETTA: Sentendo così amaramente la sua perdita, io non posso fare altro che pianger sempre l'amico.

MADONNA CAPULETI: Ebbene, fanciulla mia, tu non piangi tanto per la morte di lui, quanto perché sai che è vivo il ribaldo che lo ha ucciso.

GIULIETTA: Quale ribaldo, signora?

MADONNA CAPULETI: Proprio quel ribaldo che si chiama Romeo.

GIULIETTA (a parte): La ribalderia e lui sono separati da molte miglia di distanza. Dio gli perdoni! Io gli perdono con tutto il cuore; e pure non c'è uomo che mi strazi il cuore al pari di lui.

MADONNA CAPULETI: Questo è perché il traditore assassino vive ancora.

GIULIETTA: E' vero, signora: perché egli vive lungi dalla portata di queste mie mani. Oh! potessi io sola vendicare, a modo mio, la morte del mio cugino!

MADONNA CAPULETI: Ne avremo vendetta, non aver paura: perciò non piangere più. Manderò da una persona in Mantova, dove si trova quel bandito vagabondo, la quale gli somministrerà una bevanda così straordinaria, ch'egli anderà presto a tenere compagnia a Tebaldo: e allora, spero, tu sarai soddisfatta.

GIULIETTA: In verità, io non sarò mai soddisfatta, finché non vedrò Romeo... morto... il mio povero cuore sarà torturato così per un parente! Signora, sol che voi poteste trovare un uomo che procurasse un veleno, penserei io a prepararlo in modo che Romeo, appena l'avesse tirato giù, si addormenterebbe subito in pace. Oh! come il mio cuore aborre dal sentirlo nominare, e quanto mi duole di non potere andare a trovarlo per sfogare l'amore che portavo a mio cugino sul corpo di colui che lo ha ucciso!

MADONNA CAPULETI: Tu trova i mezzi, ed io troverò l'uomo che ci vuole.

Ma ora, fanciulla, debbo darti delle notizie piene di gioia.

GIULIETTA: La gioia viene a proposito in un momento in cui ce n'è tanto bisogno. Vi prego, signora, quali sono queste notizie?

MADONNA CAPULETI: Ecco, ecco, tu hai un padre amoroso, fanciulla; un padre che per levarti dalla tua tristezza, ti ha destinato improvvisamente un giorno di gioia, che tu non ti aspetti, e che io stessa non prevedevo.

GIULIETTA: Ma in buon'ora, madonna, che cos'è questo giorno?

MADONNA CAPULETI: Ecco, fanciulla mia, giovedì prossimo, di buon mattino, il prode, giovine, e nobile gentiluomo, il conte Paride, avrà la fortuna di far di te una lieta sposa nella chiesa di San Pietro.

GIULIETTA: Ah no! per la chiesa di San Pietro, e per San Pietro stesso, egli non farà di me la sua lieta sposa in quel luogo. Io mi meraviglio di questa fretta, mi meraviglio ch'io debba andare a nozze, prima che l'uomo il quale dovrebbe essere mio marito sia mai venuto a farmi la sua corte. Ve ne prego, signora, dite al mio signore e padre che io ancora non ho intenzione dl prender marito, e che quando l'avrò, questi, lo giuro, sarà Romeo, che voi sapete che io odio, piuttosto che Paride. Queste sono belle notizie davvero!

MADONNA CAPULETI: Ecco qui vostro padre; diteglielo da voi stessa, e vedete un po' come egli la prende.



(Entrano il CAPULETI e la Nutrice)


CAPULETI: Quando il sole tramonta, la terra stilla rugiada; ma pel tramonto del figlio di mio cognato piove a dirotto. Ebbene! sei divenuta una grondaia, fanciulla mia? Come, ancora in lacrime? Ancora ti sciogli in pianto? Nella tua piccola persona tu raffiguri, ad un tempo, una barca, il mare, e il vento: infatti negli occhi tuoi, che io chiamerei il mare, c'è un incessante flusso e riflusso di lacrime, il tuo corpo è la barca, che veleggia in mezzo a quell'onda salata, e i tuoi sospiri sono i venti. E i sospiri infuriando contro le lacrime, e queste contro quelli, se non sopraggiunge una improvvisa bonaccia, travolgeranno il tuo corpo sbattuto dalla tempesta. Ebbene moglie mia, le avete annunziato la nostra decisione?

MADONNA CAPULETI: Sì, signore, ma essa non ne vuol sapere, e vi ringrazia. Ben le starebbe, alla stolta, di sposarsi la sua tomba!

CAPULETI: Adagio! lasciatemi il tempo di capire! lasciatemi il tempo di capire, moglie mia. Come! non ne vuol sapere? e non ci ringrazia, invece? Non è orgogliosa? non si reputa felice, indegna com'è, che noi siamo riusciti a darle in isposo un gentiluomo così degno?

GIULIETTA: Non ne sono orgogliosa, ma ve ne sono grata: non potrei essere mai orgogliosa di ciò che è per me una cosa aborrita; ma posso essere riconoscente anche di una cosa aborrita, che mi è fatta per amore.

CAPULETI: Come? come? spigolistra! Che cosa è questo "sono orgogliosa", questo "vi ringrazio" e "non vi ringrazio"; e poi ancora:

"non sono orgogliosa"? Voi, bellina mia, risparmiatevi pure i vostri ringraziamenti e serbate per voi i vostri orgogli; pensate, piuttosto a tener pronte per giovedì prossimo le vostre belle gambine, per andare insieme con Paride alla chiesa di San Pietro, altrimenti ti ci trascino io sopra un graticcio. Vattene, clorotica carogna! Via di casa, bagascia, faccia di sego!

MADONNA CAPULETI: Via, via! ma che siete pazzo?

GIULIETTA: Padre mio, ve ne supplico in ginocchio, abbiate la pazienza di ascoltare una sola parola.

CAPULETI: Impiccati, sgualdrinella! sciagurata ribelle! Bada bene a quello che ti dico: o giovedì tu vai in chiesa, o non guardarmi mai più in faccia; non parlare, non replicare, non rispondere, mi prudono le mani! Moglie mia, noi non ci credevamo abbastanza felici, perché Dio ci aveva mandato soltanto questa figlia; ma ora veggo che anche quest'una è troppo, e che l'averla fu per noi una maledizione. Al diavolo, sbrindellona!

NUTRICE: Dio che è in cielo la benedica! Voi avete torto, signore mio, a trattarla così.

CAPULETI: Eccola, la signora dottoressa! tenete a casa la vostra lingua, monna Prudenza: ciarlate con le vostre comari, andate.

NUTRICE: Non è un delitto, quello ch'io dico.

CAPULETI: Oh, Dio vi danni!

NUTRICE: Non si può parlare?

CAPULETI: Zitta, vi dico, borbottona, imbecille! Andate a sciorinare le vostre sentenze fra una tana e l'altra, con le vostre comari, poiché qui non ne abbiamo bisogno.

MADONNA CAPULETI: Voi vi scaldate troppo.

CAPULETI: Per l'ostia santa! io ci divento matto: di giorno, di notte, ad ogni ora, ad ogni minuto, ad ogni istante, durante le mie occupazioni, in mezzo ai divertimenti, solo o in compagnia, il mio pensiero è stato sempre quello di vederla maritata: ed ora che le ho trovato un gentiluomo, di nobile famiglia, che ha un bel patrimonio, è giovane, nobilmente educato, che è zeppo, come si dice, di eccellenti qualità, compìto quanto si potrebbe desiderare che fosse un uomo, ha da venire una sciagurata scioccherella che frigna sempre, una bambola piagnucolosa, che quando le si offre la sua fortuna, vi risponde: "non voglio maritarmi!; io non posso amare, sono troppo giovane; vi prego di perdonarmi". Ma se voi non volete maritarvi, lo vedrete come io vi perdono: andate a mangiar l'erba dove vi piacerà, voi non starete più in casa con me: badate, pensateci bene, io non sono uso a scherzare.

Giovedì è vicino; mettetevi una mano sul cuore e riflettete. Se fate a modo mio, io vi darò al mio amico; se no, impiccati, va' a chiedere l'elemosina, crepa di fame, muori in mezzo alla strada, poiché, per l'anima mia, io non ti riconoscerò più per figlia, e nulla di quanto è roba mia apparterrà mai a te. Credi a quel che ti dico, e rifletti; io manterrò la mia parola.



(Esce)


GIULIETTA: Oh! non c'è un Dio pietoso, lassù in mezzo alle nubi, il quale vegga in fondo al mio dolore? O buona madre mia, non mi abbandonate! Ritardate questo matrimonio di un solo mese, di una sola settimana; o se no, preparatemi il letto nuziale in quella buia tomba dove giace Tebaldo.

MADONNA CAPULETI: Non mi parlare, perché non ti risponderò una sola parola: fa' quello che ti pare, di te non ne voglio più sapere.



(Esce)


GIULIETTA: O Dio! Nutrice mia, come si potrà impedire ciò? Il mio sposo è quaggiù in terra, la fede che io gli ho giurato è su in cielo; come potrà quella fede ritornare in terra, a meno che il mio sposo non me la rimandi giù dal cielo abbandonando la terra? Fammi coraggio, consigliami! Ahimè, ahimè! è possibile che il cielo tenda di questi inganni a una povera creatura debole come me? Che cosa dici? Non hai una parola che mi consoli? Un po' di conforto, nutrice.

NUTRICE: In fede mia, eccovela: Romeo è esiliato, ed io ci scommetto il mondo intero contro nulla, ch'egli non oserà mai tornare qui a reclamarvi; o se lo farà, bisogna che lo faccia di nascosto. Allora, poiché le cose purtroppo stanno così, io credo che il miglior partito sia quello che voi sposiate il conte. Oh! egli è un amabile gentiluomo! Romeo, in confronto a lui, è uno strofinaccio! un'aquila, signora mia, non ha l'occhio così verde, così vivo, così bello come quello di Paride. Maledetta l'anima mia, se io non credo che per voi questo secondo partito sia una fortuna, poiché è molto migliore del primo: d'altronde se anche non fosse, il vostro primo marito è morto, o tanto varrebbe che fosse morto, poiché anche vivo in questo mondo, non vi serve a nulla.

GIULIETTA: Parli col cuore?

NUTRICE: Col cuore e con l'anima; e se non è vero, siano maledetti tutti e due!

GIULIETTA: Amen!

NUTRICE: Come?

GIULIETTA: Ebbene, tu mi hai consolata a meraviglia. Va', e di' alla signora che io, avendo recato dispiacere a mio padre, sono andata alla cella di frate Lorenzo a confessarmi e a prendere l'assoluzione.

NUTRICE: Per la Madonna, vado subito; questa è una cosa fatta con giudizio.



(Esce)


GIULIETTA: Vecchia dannata! Iniquissimo demonio! Io non so se ella commetta un peccato più grande col voler fare di me in questo modo, una spergiura, o calunniando così lo sposo mio, con quella medesima lingua, con la quale tante migliaia di volte lo ha esaltato, mettendolo al di sopra di ogni confronto. Vattene pure, consigliera!

tu ed il mio cuore da questo momento siete due cose che non hanno più niente di comune. Andrò a trovare il frate per sentire qual è il rimedio che egli ha per me; se ogni altro venga a mancare ne ho uno in mio potere: morire.



(Esce)






ATTO QUARTO



SCENA PRIMA - La cella di Frate Lorenzo

(Entrano Frate LORENZO e PARIDE)


FRATE LORENZO: Giovedì, signore? il tempo è assai breve.

PARIDE: Mio padre Capuleti vuole che sia così; ed io non ho nessuna ragione d'esser pigro, e di rallentare la sua fretta.

FRATE LORENZO: Voi dite che non conoscete i sentimenti della fanciulla a vostro riguardo: questo modo di procedere non è regolare; non mi piace.

PARIDE: Ella piange senza moderazione per la morte di Tebaldo, e però io le ho potuto parlare ben poco d'amore, poiché Venere non sorride in una casa di lacrime Ora, signore, suo padre stima pericoloso ch'essa si lasci dominare così dal dolore; e nella sua saggezza affretta il nostro matrimonio per mettere un argine alla piena delle sue lacrime.

Stando così sola sola, ella dà troppo mente ad un dolore che potrebbe essere allontanato da lei con la compagnia. Ed ora voi conoscete la ragione di questa fretta.

FRATE LORENZO (a parte): Così io non conoscessi la ragione per cui essa dovrebbe essere rallentata! - Guardate, signore, ecco la fanciulla, che viene verso la mia cella.



(Entra GIULIETTA)


PARIDE: Felice incontro, questo, mia signora e mia sposa!

GIULIETTA: Ciò potrà essere, signore, quando io potrò essere sposa.

PARIDE: E questo potrà essere, anzi deve essere, giovedì prossimo, amor mio GIULIETTA: Ciò che deve essere sarà.

FRATE LORENZO: Questa è una massima sicura.

PARIDE: Venite dal padre per confessarvi?

GIULIETTA: Per rispondere a ciò, dovrei confessarmi con voi.

PARIDE: Non gli negate che voi mi amate.

GIULIETTA: Confesserò, invece, a voi che io amo lui.

PARIDE: E confesserete anche, ne sono sicuro, che voi mi amate.

GIULIETTA: Se veramente io vi amo, la mia confessione avrà più valore s'io lo dico dietro le spalle vostre, che in faccia a voi.

PARIDE: Povera anima, il tuo viso è molto sciupato dalle lacrime.

GIULIETTA: Le lacrime hanno riportato, con ciò, una ben piccola vittoria: poich'esso era già discretamente brutto, prima d'essere offeso dalla loro rabbia.

PARIDE: Tu lo offendi anche più delle lacrime con cotesta affermazione.

GIULIETTA: Non è calunnia, signore, la verità: e ciò che ho detto, l'ho detto al mio viso.

PARIDE: Il tuo viso appartiene a me, e tu lo hai calunniato.

GIULIETTA: Potrebbe anch'essere, poiché non appartiene a me. Siete comodo ora, padre santo, o debbo ritornare da voi stasera dopo la funzione?

FRATE LORENZO: Io son comodo ora, mia pensosa figliuola. Signore, abbiamo bisogno di restar soli un momento.

PARIDE: Dio mi guardi dal recare disturbo in un momento di devozione!

Giulietta, giovedì di buon mattino verrò a svegliarvi, addio fino allora e tenete questo bacio rispettoso.



(Esce)


GIULIETTA: Oh! chiudi la porta, e quando l'hai chiusa, vieni a piangere con me: non c'è speranza, non c'è rimedio, non c'è soccorso!

FRATE LORENZO: Ah! Giulietta, conosco già il tuo dolore; esso mi strazia in modo superiore alle forze del mio spirito; sento che giovedì prossimo, e nulla può prorogarlo, tu dovrai essere maritata a questo conte.

GIULIETTA: Non me lo dire padre, che tu hai sentito questo, se non sai dirmi anche come io posso impedirlo: se nella tua saggezza non puoi darmi nessun soccorso, di' almeno che la mia risoluzione è saggia, ed io con questo coltello vi metterò rimedio all'istante. Dio ha unito il mio cuore e quello di Romeo, tu le nostre mani; e prima che questa mano, che per opera tua ha suggellato la mia unione con Romeo, sia il suggello di un altro atto, o il mio cuore leale con una perfida ribellione si volga ad un altro, questo coltello trafiggerà mano e cuore; perciò con la lunga esperienza della tua vita dammi un pronto consiglio; se no, guarda, fra la mia disperazione e me sarà arbitro questo coltello di sangue, decidendo di ciò che l'autorità dei tuoi anni e della tua scienza non seppero condurre ad una fine veramente onorevole. Non indugiare così a parlare; a me tarda il morire, se ciò che tu dici non è una parola di rimedio.

FRATE LORENZO: Calmati, figlia mia; io veggo una sorta di speranza, ma essa richiede una esecuzione disperata, come è disperata l'azione che noi vorremmo impedire. Se proprio, piuttosto che sposare il conte Paride, tu hai la forza di volontà di ucciderti, allora è probabile che tu, che sfidi la morte stessa per sottrarti a quell'onta, voglia, pur di respingerla lontana da te, avventurarti ad una prova che ha somiglianza con la morte. Se tu hai il coraggio, io ti darò il rimedio.

GIULIETTA: Oh! piuttosto che sposare il conte Paride dimmi di spiccare un salto dai merli di quella torre laggiù, o ch'io passeggi per vie battute dai ladri; dimmi ch'io mi appiatti dove han nido le serpi; incatenami insieme con orsi che ruggiscano, o chiudimi di notte in un ossario pieno zeppo di scricchiolanti ossa di morti, di putridi stinchi e di gialli crani scarniti; dimmi di entrare in una fossa recente e di nascondermi insieme col morto nel suo stesso lenzuolo; cose, tutte queste, che mi hanno sempre fatto rabbrividire soltanto a sentirle raccontare; ed io le farò tutte senza paura, senza esitazione, pur di rimanere la sposa incontaminata del dolce amor mio.

FRATE LORENZO: Senti, dunque: torna a casa, mostrati allegra, e acconsenti a sposare Paride: domani è mercoledì; domani notte cerca di dormir sola, e non lasciare che la nutrice venga a dormire con te nella tua camera; quando sei in letto, prendi questa ampolla, e bevi questo liquore preparato: subito ti correrà per tutte le vene un fluido freddo che addormenterà in te la vita; poiché il polso non conserverà più il suo movimento regolare, ma cesserà di battere:

nessun calore, non un respiro, attesteranno che tu vivi; le rose delle tue labbra e delle tue guance appassiranno e si faranno pallide come la cenere; sugli occhi ti cadrà il velo delle palpebre, come quando la morte chiude il giorno della vita. Ogni membro del tuo corpo, privato della padronanza del movimento e della flessibilità, rigido, intirizzito e freddo, avrà l'aspetto della morte: sotto questa temporanea sembianza di mortale rattrappimento tu resterai per quarantadue ore, e quindi ti desterai come da un placido sonno. Ora, quando lo sposo la mattina viene per farti alzare dal letto, tu sei lì morta: allora, secondo il costume del nostro paese, vestita dei tuoi abiti più belli, e distesa scoperta sulla bara, sarai portata a quella stessa antica volta sotterranea dove giacciono sepolti tutti i congiunti dei Capuleti. Intanto prima che tu ti desti, Romeo informato da una mia lettera del nostro disegno, verrà qua; lui ed io spieremo il tuo ridestarti, e in quella notte stessa Romeo ti condurrà via a Mantova. Così, se un capriccio del momento o una paura da femminetta non la vinceranno sul tuo coraggio all'istante della esecuzione, tu sarai salva dall'imminente disonore.

GIULIETTA: Dammi qua, dammi qua! Oh, non mi parlare di paura!

FRATE LORENZO: Tieni, vattene subito, e sii forte e felice in questa tua risoluzione: io manderò in fretta un fratello a Mantova con una lettera per tuo marito.

GIULIETTA: Amore, dammi tu forza! e la forza mi porgerà aiuto. Addio, caro padre!



(Escono)






SCENA SECONDA - Una sala in casa Capuleti

(Entrano il CAPULETI, MADONNA CAPULETI, la Nutrice e due Servi)


CAPULETI: Inviterai tutte le persone che sono scritte qui. (Il Servo esce) Tu, giovanotto, vammi a fissare venti abili cuochi.

SECONDO SERVO: Non ne avrete neppur uno che sia un cattivo cuoco, signore, poiché io li metterò alla prova, per vedere se sanno leccarsi le dita.

CAPULETI: E come puoi provare se son bravi, facendo così?

SECONDO SERVO: Sfido, signore: è un cattivo cuoco quello che non sa leccarsi le dita e allora chi non se le sa leccare, non viene con me.

CAPULETI: Via, vattene. (Il Servo esce) Saremo assai sprovvisti in questa circostanza. Come, mia figlia è andata da frate Lorenzo?

NUTRICE: Sì, davvero.

CAPULETI: Bene, bene, potrebbe essere ch'egli le giovasse un poco: è una sgualdrina stizzosa e ostinata.



(Entra GIULIETTA)


NUTRICE: Guardate, eccola qua che ritorna dalla confessione tutt'allegra.

CAPULETI: Ebbene, che c'è, signora testarda? Dove siete stata a vagabondare?

GIULIETTA: Dove ho imparato a pentirmi del peccato di disobbediente resistenza a voi ed ai vostri comandi, e dove mi è stato ingiunto dal buon padre Lorenzo di prostrarmi qui ai vostri piedi e di domandarvi perdono: perdonatemi, ve ne scongiuro! D'ora innanzi mi lascerò sempre guidare da voi.

CAPULETI: Mandate per il conte, andate, avvertitelo di questo: voglio che questo nodo sia stretto domattina GIULIETTA: Alla cella di frate Lorenzo ho incontrato il giovane conte e gli ho dato quelle prove d'affetto convenienti che potevo dargli senza uscire dai limiti della modestia.

CAPULETI: Via, sono contento, così va bene: alzati; questo è il modo come le cose devono andare. Fatemi vedere il conte; sì, diamine, andate, dico, e conducetelo qui. Ed ora, lo dichiaro davanti a Dio, tutta la intera città dev'essere molto obbligata a questo frate venerando e benedetto.

GIULIETTA: Nutrice, volete venire con me nella mia stanza, per aiutarmi a scegliere gli ornamenti necessari che vi sembreranno adattati per abbigliarmi domani?

MADONNA CAPULETI: No, fino a giovedì no: c'è abbastanza tempo.

CAPULETI: Andate, nutrice, andate pure con lei: domani anderemo in chiesa.



(Escono Giulietta e la Nutrice)


MADONNA CAPULETI: Saremo a corto dell'occorrente: ormai è quasi notte.

CAPULETI: Ma che! mi darò attorno io stesso ed ogni cosa anderà bene, te lo garantisco io, moglie mia: va' da Giulietta, e aiutala ad abbigliarsi; stanotte io non vado a letto; lasciami solo: per questa volta voglio farla da massaia. Olà! ehi! son tutti fuori; ebbene arriverò io stesso dal conte Paride a prepararlo per domani: mi sento l'animo straordinariamente sollevato, ora che quella pazzerella ha messo giudizio a questo modo.



(Escono)






SCENA TERZA - La camera di Giulietta

(Entrano GIULIETTA e la Nutrice)


GIULIETTA: Sì, quell'abito è il più adatto: ma, te ne prego, mia buona nutrice, stanotte lasciami sola, poiché ho bisogno di fare molte preghiere, per impetrare dal cielo che voglia sorridere alla situazione nella quale mi trovo, che, come tu sai bene, è trista e piena di peccato.



(Entra MADONNA CAPULETI)


MADONNA CAPULETI: Come, siete ancora occupata, eh? avete bisogno del mio aiuto?

GIULIETTA: No, signora; abbiamo già scelto quanto sarà necessario e conveniente per il mio abbigliamento di domani: se non vi dispiace, ora, permettete che io rimanga sola, e stanotte lasciate che la nutrice stia alzata insieme con voi, poiché son certa che voi avrete le mani molto impicciate per quest'improvviso avvenimento.

MADONNA CAPULETI: Buona notte; va' a letto e riposati, che ne hai bisogno.



(Escono Madonna Capuleti e la Nutrice)


GIULIETTA: Addio! Dio sa quando noi ci rivedremo. Mi sento correre per le vene un leggero brivido freddo di paura, che quasi agghiaccia il calore della vita: le richiamerò per prendere un po' di coraggio.

Nutrice! Ma che farebbe qui? Io debbo assolutamente esser sola a recitare la mia lugubre scena. Vieni, o ampolla. E se questa miscela non avesse alcun effetto? Domattina dovrò maritarmi? No, no: questo lo impedirà. Resta qui tu. (Posando un pugnale) Ma se fosse un veleno che il frate mi ha somministrato, astutamente, per farmi morire, per paura di disonorarsi con questo matrimonio avendomi già maritata a Romeo? Io ho paura che sia proprio un veleno: ma d'altra parte, penso, ciò non può essere affatto, perch'egli è stato conosciuto sempre per un santo uomo. Che succederà se, quando io sarò nella tomba, mi sveglio prima che Romeo venga a liberarmi? Ecco un terribile punto! Non sarò io soffocata dentro quella volta sotterranea nella cui fetida bocca non entra un alito di aria pura, e là dentro non morrò strozzata, prima che venga il mio Romeo? O, se rimango viva, non è molto probabile che l'orribile idea della morte e della notte, insieme col terrore del luogo, di quel sotterraneo, che è un antico ricettacolo dove per molte centinaia d'anni si sono ammucchiate le ossa di tutti i miei antenati sepolti, dove l'insanguinato Tebaldo, ancor fresco in terra, giace putrefacendosi; dove, come dicono, a una cert'ora della notte hanno ritrovo gli spiriti; ahimè, ahimè, non è egli probabile che io, svegliandomi troppo presto, in mezzo a sozzi odori e a strilli come quelli della mandragora strappata dalla terra, che fanno diventar pazzi i mortali che li odono: oh, se mi sveglio allora, non perderò io la ragione, circondata da tutti questi orribili terrori? E non mi metterò, come una pazza, a giocare con le ossa dei miei padri? E non strapperò dal funebre lenzuolo le membra straziate di Tebaldo? E in questo accesso di furore brandendo, come una clava, un osso di qualche mio vecchio antenato non mi farò schizzar fuori dalla testa le mie pazze cervella? Oh, guarda, mi par di vedere l'ombra del mio cugino che insegue Romeo, il quale lo infilzò con la punta dello stocco:

ferma, Tebaldo, ferma! Romeo, eccomi! Questo lo bevo a te.



(Si getta sul letto)






SCENA QUARTA - Una sala in casa Capuleti

(Entrano MADONNA CAPULETI e la Nutrice)


MADONNA CAPULETI: Tieni, nutrice, prendi queste chiavi, e metti fuori delle altre spezie.

NUTRICE: Il pasticcere, in cucina, chiede datteri e mele cotogne.



(Entra il CAPULETI)


CAPULETI: Andiamo, movetevi, movetevi, movetevi! il gallo ha cantato già la seconda volta, la campana ha suonato, sono le tre. Abbi un occhio ai piatti al forno, mia buona Angelica: non risparmiare spese.

NUTRICE: Andate via, faccendone, andatevene a letto; in fede mia, domani starete male, per essere stato su stanotte.

CAPULETI: No, niente affatto: ma che! Altre volte, prima di questa, ho fatto nottata per ragioni meno importanti, e non mi sono mai sentito male.

MADONNA CAPULETI: Eh! sì, al tempo vostro siete stato un cacciatore di gonnelle; ma d'ora in poi veglierò io a che non facciate dl codeste veglie.



(Escono Madonna Capuleti e la Nutrice)


CAPULETI: La donna gelosa! la donna gelosa!



(Entrano dei Servi portando spiedi, legna e canestri)


Ebbene, giovinotto, che cos'è cotesta roba?

PRIMO SERVO: Roba per il cuoco, signore, ma non so che cosa.

CAPULETI: Fate presto, fate presto. (Il Servo esce) Tu, galantuomo, va' a prendere della legna più secca: chiama Pietro, che t'insegnerà dove si trova.

SECONDO SERVO: Ho anch'io il capo sulle spalle, signore, e saprò trovare della legna, senza aver bisogno di seccar Pietro per questo.



(Esce)


CAPULETI: Ben detto, per la messa! Costui è un allegro briccone, eh !

ti nomineremo capo... di legno. Affeddidio, è giorno: il conte sarà presto qui con la musica, poiché m'ha detto che l'avrebbe menata con sé. (Musica di dentro) Lo sento, è qui. Nutrice! Moglie! Olà eh! Olà, nutrice, dico!



(Rientra la Nutrice)


Va' a svegliare Giulietta, va' e aiutala ad abbigliarsi; io anderò a chiacchierare con Paride: sbrigati, presto, presto! lo sposo è già venuto: presto, dico.



(Escono)






SCENA QUINTA - La camera di Giulietta

(GIULIETTA è distesa sul suo letto. Entra la Nutrice)


NUTRICE: Signora! Su via, signora! Giulietta! Posso garantire che dorme la grossa! Su, agnellino! Via, signorina! ah, dormigliona!

ebbene, dico, amor mio! Padroncina! cuore mio! andiamo, signora sposa!

Come, nemmeno una parola? Volete farvi la vostra provvista ora, eh?

dormite pure per una settimana: poiché stanotte, ve lo garantisco, il conte Paride riposa nell'idea che voi dobbiate riposare ben poco. Dio mi perdoni, madonna, ed amen, come dorme profondamente! Debbo svegliarla in tutti i modi. Signora, signora, signora! Sì, lasciatevi trovare a letto dal conte, e poi vedrete in fede mia, s'egli vi fa alzare su dallo spavento! Non sarà così? Come? vi siete vestita e abbigliata, e poi vi siete messa giù di nuovo? Debbo svegliarvi ad ogni costo! Signora! signora! signora! Ahimè! ahimè! Aiuto, aiuto! la mia signora è morta! Oh maledetto giorno! ch'io non fossi mai nata! un po' d'acquavite, olà! Signore mio! Signora mia!



(Entra MADONNA CAPULETI)


MADONNA CAPULETI: Che cos'è questo chiasso?

NUTRICE: O giorno di pianto!

MADONNA CAPULETI: Che cos'è stato?

NUTRICE: Guardate, guardate! O sventurato giorno!

MADONNA CAPULETI: Povera me, povera me! Figlia mia, mia unica vita, rivivi, riapri gli occhi o io morrò insieme con te. Aiuto! aiuto!

chiamate aiuto!



(Entra il CAPULETI)


CAPULETI: Che vergogna è questa? menate fuori Giulietta: il suo sposo è già arrivato.

NUTRICE: Essa è morta! è morta! è morta! Dio mio!

MADONNA CAPULETI: Dio mio, essa è morta! è morta! è morta!

CAPULETI: Ah! lasciatemela vedere! E' finita, ahimè! è già fredda, il sangue s'è arrestato e le membra sono irrigidite; la vita e le sue labbra si sono lasciate da un pezzo. La morte si è posata sopra di lei, come una brina fuori di stagione sul fiore più gentile di tutto il campo.

NUTRICE: O giorno di pianto!

MADONNA CAPULETI: O momento di strazio!

CAPULETI: La morte, che me l'ha portata via per farmi gemere di dolore, mi incatena la lingua e non mi permette di parlare.



(Entrano Frate LORENZO e PARIDE coi Sonatori)


FRATE LORENZO: Andiamo, la sposa è pronta per andare in chiesa?

CAPULETI: Pronta per andarci, ma per non ritornare mai più. (A Paride) O figlio mio, la notte innanzi alle tue nozze la Morte è stata nel letto della tua fidanzata: eccola qui distesa, fiore, quale ella era, disfiorato dall'amplesso di lei. La Morte è mio genero, la Morte è mia erede; essa ha sposato mia figlia: io morrò e lascerò tutto a lei; la mia vita, i miei beni, tutto è della Morte.

PARIDE: Ho dunque atteso con tanta ansietà di vedere spuntare questo giorno, ed esso mi offre uno spettacolo come questo?

MADONNA CAPULETI: O giorno maledetto, fatale sciagurato, abominevole!

Ora, la più disgraziata che il tempo abbia mai visto nell'eterna fatica del suo pellegrinaggio! Non avevo che una figlia, soltanto una povera figlia, un'unica povera adorata figlia, la sola cosa nella quale io vedevo tutta la mia gioia e tutta la mia consolazione, e la Morte crudele l'ha strappata agli occhi miei!

CAPULETI: O sventurato, sventurato, sventurato giorno! Il più doloroso, il più sventurato giorno, che io abbia mai, mai visto ancora! O giorno! O giorno! O giorno! O abominevole giorno! Mai fu veduto, ancora, un giorno brutto come questo: o sventurato giorno, o sventurato giorno!

PARIDE: Tradito, costretto al divorzio, offeso, tormentato, assassinato! Tradito da te, odiosissima Morte, da te rovinato per sempre, crudele, crudele che sei! O amore! O vita, non più vita, ma amore riposto nella morte!

CAPULETI: Disprezzato, abbandonato, odiato, torturato, ucciso!

Malaugurato tempo, perché sei venuto ora ad assassinare, ad assassinare la nostra festa? O figliuola, o figliuola mia! o, più che figlia, anima mia! tu sei morta! Ahimè, la mia figliuola è morta, e insieme con la figliuola mia sono sepolte tutte le mie gioie!

FRATE LORENZO: Pace, dunque! vergogna! Il rimedio ai guai non si trova in questi guai. Il cielo e voi possedevate in comune questa bella fanciulla, ora il cielo la possiede tutta per sé, ed è maggior ventura per la fanciulla: voi, infatti, non potevate salvare dalla morte la parte di lei che era vostra; il cielo, invece, serba la sua parte in una vita eterna. Il vostro supremo desiderio era la esaltazione di lei, poiché il vederla in alto era il vostro paradiso: e voi piangete, ora che la vedete in alto, su al di sopra delle nubi, alta come il cielo stesso? Oh! con questo amore, voi amate così male la vostra figliuola, che diventate pazzi vedendo ch'ella sta bene: non è bene maritata colei che vive lungamente col marito; la meglio maritata è colei che muore moglie giovinetta. Asciugate le vostre lacrime, spargete su questo bel corpo il vostro rosmarino, e, secondo l'usanza, fate portare in chiesa la morta, vestita dei suoi abiti più belli.

Sebbene la sciocca natura ci spinga tutti al pianto, le lacrime della natura destano il sorriso della ragione.

CAPULETI: Tutte le cose che avevamo preparate per una festa, mutano improvvisamente il loro ufficio, e serviranno per un tetro funerale: i nostri strumenti si cambiano in meste campane; la nostra allegria nuziale in un triste mortorio; i nostri inni solenni si mutano in lugubri nenie; i nostri fiori di nozze servono per una sepoltura, ed ogni cosa si cambia nel suo contrario.

FRATE LORENZO: Signore, ritiratevi, e voi signora, andate insieme con lui; anche voi, signor Paride, andate; ognuno si prepari ad accompagnare questa bella salma alla sua tomba: il cielo vi guarda accigliato per qualche vostra colpa; non lo irritate maggiormente, ribellandovi ai suoi alti voleri.



(Escono il Capuleti, Madonna Capuleti, Paride e il Frate)


PRIMO SONATORE: In fede mia, noi possiamo riporre le nostre pive nel sacco e andarcene.

NUTRICE: Buona e brava gente, ah, riponetele, riponetele! poiché, lo vedete bene, siamo al fondo del sacco.



(Esce)


PRIMO SONATORE: Già, in fede mia, il sacco è colmo.



(Entra PIETRO)


PIETRO: Sonatori, oh! sonatori, l'aria: "Pace del cuore"; oh! se volete ridarmi la vita, sonate "Pace del cuore".

PRIMO SONATORE: Perché "Pace del cuore?".

PIETRO: Oh! sonatori miei, perché il mio cuore stesso suona: "Il mio cuore è pieno di dolore". Oh! sonatemi qualche allegra nenia, per confortarmi.

SECONDO SONATORE: Neppure una, noi: questo non è il momento di sonare.

PIETRO: Non volete sonare dunque?

PRIMO SONATORE: No.

PIETRO: Allora vi darò sonoramente.

PRIMO SONATORE: Che cosa ci darai?

PIETRO: In fede mia, non del danaro: vi darò... di strimpelloni, di menestrelli.

PRIMO SONATORE: E io ti darò... di servitore.

PIETRO: E io vi sonerò sulla zucca la daga del servitore. Io non vi sonerò delle semiminime: vi darò dei re, vi darò dei fa! notate bene quel che vi dico.

PRIMO SONATORE: Se ci soni dei re e dei fa, sarai tu che noti noi.

SECONDO SONATORE: Ti prego, metti dentro la tua daga, e metti fuori il tuo spirito.

PIETRO: Allora in guardia, contro i colpi del mio spirito! Io picchierò su voi botte da orbi con la lama del mio spirito, e rimetterò nel fodero la lama della mia daga. Rispondete dunque, da uomini, ai colpi miei:

Se il cuor ferisce torvo tormento E rea mestizia lo spirto opprime, Allor la musica, col suon d'argento...

perché "suono d'argento"? perché: "la musica col suon d'argento"? Che ne dici tu, Simon Cantino?

PRIMO SONATORE: Sfido! signore: perché l'argento ha un dolce suono.

PIETRO: Ciance! Che cosa dici tu, Ugo Ribeca?

SECONDO SONATORE: Dico, che dice "suono d'argento", perché i sonatori sonano per avere dell'argento.

PIETRO: Ciance anche queste! E tu che cosa dici, Giacomo dell'Anima?

TERZO SONATORE: In fede mia, io non so che dire.

PIETRO: Oh, hai ragione, ti chiedo scusa: tu sei un cantore.

Risponderò io per te. Dice: "la musica col suon d'argento", perché i sonatori per sonare non hanno mai oro:

Allor la musica, col suon d'argento Con presto aiuto dal duol redime.



(Esce)


PRIMO SONATORE: Che sozzo briccone è costui!

SECONDO SONATORE: Impiccalo, che furfante! Andiamo, entriamo dentro, aspettiamo i piagnoni, e fermiamoci per il desinare.



(Escono)






ATTO QUINTO



SCENA PRIMA - Mantova. Una strada

(Entra Romeo)


ROMEO: Se io posso prestar fede alle lusinghiere visioni del sonno i miei sogni mi presagiscono vicina qualche notizia piena di gioia: il tiranno del mio cuore se ne sta assiso allegramente sul suo trono, e tutto il giorno, oggi, una insolita animazione mi solleva al di sopra della terra con giocondi pensieri. Ho sognato che la mia donna veniva e mi trovava morto (strano sogno, questo, che concede ad un morto la facoltà di pensare!), e che a forza di baci infondeva nelle mie labbra un tale soffio di vita, ch'io rivivevo ed ero imperatore. Ahimè! come deve esser dolce il vero possesso dell'amore, se la sua ombra soltanto è così ricca di gioia!



(Entra BALDASSARRE, stivalato)


Notizie da Verona! Ebbene, Baldassarre, non mi porti lettere del frate? Che fa la mia signora? Mio padre sta bene? Come sta la mia Giulietta? te lo domando di nuovo, perché nulla può andar male, se ella sta bene.

BALDASSARRE: Allora ella sta bene, e nulla può andar male: il suo corpo dorme nel monumento dei Capuleti, e quella parte di lei che è immortale, vive insieme con gli angeli. Io l'ho vista deporre giù nella volta sotterranea dei suoi congiunti, e immediatamente sono partito per venirvelo a dire: oh! perdonatemi se vi reco queste tristi nuove, poiché voi stesso, signore, me ne lasciaste l'incarico.

ROMEO: E' proprio così? Allora io vi sfido, o stelle! Tu sai la mia abitazione: comprami dell'inchiostro o della carta, e noleggiami dei cavalli di posta. Stasera io parto.

BALDASSARRE: Signore, ve ne scongiuro, calmatevi: voi avete l'aspetto pallido e stravolto, e mi fate temere qualche sciagura.

ROMEO: Ma che! t'inganni: lasciami, e fa' quel che ti ordino di fare.

Non hai lettere del frate per me?

BALDASSARRE: No, mio buon signore.

ROMEO: Non importa: va' subito, e noleggiami quei cavalli, io ti raggiungo immediatamente. (Baldassarre esce) Ebbene, Giulietta, stasera io dormirò accanto a te. Vediamo con quali mezzi. O distruzione, come fai presto ad entrare nei pensieri degli uomini che disperano! Mi viene in mente uno speziale... egli sta qui nei dintorni, che io ho visto ultimamente, con un vestito a brandelli e fronte aggrottata, intento a cercare erbe medicinali. Era allampanato, una miseria atroce l'aveva spolpato fino all'osso: e nella sua squallida bottega stavano appesi una tartaruga, un coccodrillo imbalsamato ed altre pelli di pesci mostruosi. Qua e là per gli scaffali una misera accozzaglia di scatole vuote, di pentoli di coccio tinti di verde, di vesciche e di semi ammuffiti, di pezzi di spago e pasticche di fior di rosa stantie, era sparsa alla meglio per fare un po' di apparenza. Notando tanta miseria, dissi fra me: se uno avesse bisogno di qualche veleno (vendere il quale a Mantova vuol dire essere condannato subito a morte) ecco uno sciagurato che glie lo venderebbe.

Oh, questo stesso pensiero non fece altro che precorrere il mio bisogno, e questo stesso uomo bisognoso deve, appunto, vendermelo. Se mi ricordo bene, questa dovrebbe essere la sua casa: essendo giorno di festa, la bottega del disgraziato è chiusa. Ehi! olà! Speziale!



(Entra lo Speziale)


SPEZIALE: Chi è che chiama così forte?

ROMEO: Vieni qua, amico. Vedo che tu sei povero; tieni, questi sono quaranta ducati: dammi un grammo di veleno; ma una roba così sbrigativa, che appena si sparge per le vene, faccia cader morto colui che stanco della vita lo ha preso, e il corpo sia scaricato del respiro, con la violenza e la rapidità con cui la polvere infiammata si precipita fuori dalle fatali viscere del cannone.

SPEZIALE: Io ne ho di questa merce micidiale; ma la legge di Mantova punisce con la morte chiunque la spaccia.

ROMEO: Tu sei così nudo e pieno di miseria, e hai paura di morire? La fame è sulle tue guance; il bisogno e i patimenti ti agonizzano negli occhi; il disprezzo e la miseria ti stanno appesi alle spalle, il mondo non ti è amico, e nemmeno la sua legge; il mondo non ha per te una legge che ti faccia ricco: dunque non esser più povero, ma rompi la legge, e prendi questo.

SPEZIALE: La mia povertà acconsente, ma non acconsente la mia volontà.

ROMEO: Io pago la tua povertà e non la tua volontà.

SPEZIALE: Mettete questo in un liquido qualunque a piacer vostro, e bevete fino all'ultima goccia: se anche aveste la forza di venti uomini sarete spacciato immediatamente.

ROMEO: Ecco qua il tuo oro, il quale è un veleno peggiore, per l'anima degli uomini, e commette in questo odioso mondo più assassinii, che non queste povere misture che tu non puoi vendere; sono io che vendo a te il veleno, tu non ne hai venduto a me. Addio: comprati da mangiare, e rimettiti in carne. Vieni, o cordiale, e non veleno: vieni insieme con me alla tomba di Giulietta; poiché là io debbo servirmi di te.



(Escono)






SCENA SECONDA - La cella di Frate Lorenzo

(Entra Frate GIOVANNI)


FRATE GIOVANNI: Reverendo frate francescano! fratello, olà!



(Entra Frate LORENZO)


FRATE LORENZO: Questa dovrebb'essere proprio la voce di frate Giovanni. Ben tornato da Mantova: che dice Romeo? Se egli mi ha scritto il suo pensiero, dammi la sua lettera.

FRATE GIOVANNI: Andavo in cerca di un fratello scalzo del nostro ordine (che è qui in città per andare a visitare gli ammalati), perché mi fosse compagno di via, quand'ecco, nel momento in cui lo trovavo, gl'inquisitori della città, sospettando che noi due fossimo stati in una casa dove infieriva la peste contagiosa, serrarono le porte, e non ci vollero lasciare uscire dalla città. Cosicché il mio viaggio a Mantova restò lì.

FRATE LORENZO: Allora chi ha portato la mia lettera a Romeo?

FRATE GIOVANNI: Eccola qui: io non ho potuto né mandarla, né trovare un messo che te la riportasse, tanto erano spaventati tutti dell'infezione.

FRATE LORENZO: Oh sorte avversa! Pel sacro ordine mio, quella lettera non era insignificante, ma piena di cose di preziosa importanza, che trascurate potrebbero essere causa di una grave sciagura. Frate Giovanni, va' cercami una leva di ferro, e portala immediatamente qui alla mia cella.

FRATE GIOVANNI: Fratello, vado e te la porto.



(Esce)


FRATE LORENZO: Ed ora bisogna che io mi diriga solo, al monumento; in queste tre ore la bella Giulietta si sveglierà; chi sa quanto imprecherà contro di me, perché Romeo non ha avuto notizie di questi avvenimenti: ma io scriverò di nuovo a Mantova, e tratterrò lei nella mia cella, finché giunga Romeo. Povera salma vivente, chiusa nella tomba di un morto!



(Esce)






SCENA TERZA - Un cimitero. Monumento dei Capuleti

(Entrano PARIDE e il suo Paggio, il quale porta dei fiori ed una torcia)


PARIDE: Dammi la tua torcia, ragazzo: vattene, e fermati ad una certa distanza di qui: anzi, spengila, poiché non vorrei essere veduto.

Mettiti disteso sotto quei tassi laggiù, con l'orecchio vicino al terreno risonante; così nessun piede passerà sul cimitero che è smosso e mal fermo per le fosse che vengono scavate, senza che tu lo senta.

Allora fammi un fischio, come segno che senti qualcuno avvicinarsi.

Dammi quei fiori. Fa' quello che ti dico, va'.

PAGGIO (a parte): Ho quasi paura a star solo qui nel cimitero, tuttavia mi ci arrischierò.



(Si ritira)


PARIDE: O dolce fiore, io spargo di fiori il tuo letto nuziale, ahimè!

il tuo baldacchino è polvere e sassi), ed ogni notte li bagnerò di dolce acqua, o, mancando essa, di lacrime distillate dai miei singhiozzi. Le esequie che io celebrerò per te saranno: spargere di fiori, ogni notte, la tua tomba e piangere. (Il Paggio fischia) Il ragazzo mi avverte che qualcuno si avvicina. Qual piede maledetto erra stanotte in queste parti, per disturbare le esequie e i riti del vero amore? Come, con una torcia! Nascondimi, o notte, per un istante.



(Si ritira)

(Entrano ROMEO e BALDASSARRE con una torcia, un piccone, eccetera)


ROMEO: Dammi quel piccone e la leva di ferro. Tieni, prendi questa lettera, domani mattina di buon'ora guarda di consegnarla al mio signore e padre. Dammi il lume. Per la tua vita, ti do quest'ordine:

qualunque cosa tu oda o veda, non ti avvicinare, e non interrompermi nella mia opera. La ragione per la quale io discendo in questo letto di morte, è in parte per contemplare la faccia della mia donna, ma principalmente per portar via dalla sua morta mano un prezioso anello; un anello del quale io debbo fare un uso importante. Perciò vattene di qua: che se tu, sospettoso, tornassi a spiare quello che io intendo di fare fra poco, per il cielo, io ti farò a brandelli, e seminerò delle tue membra questo affamato cimitero: il momento e le mie intenzioni sono feroci, più tremendi e inesorabili, molto, di tigri digiune o del mare ruggente.

BALDASSARRE: Vado subito, signore, e non vi disturberò.

ROMEO: Così tu mi dimostrerai la tua amicizia. Prendi qua: vivi e sii felice; addio, buon giovinotto.

BALDASSARRE (a parte): Ciò nonostante io mi nasconderò qui intorno: i suoi sguardi mi fanno paura, e dubito delle sue intenzioni (Si ritira)

ROMEO: Detestabili fauci, o tu, ventre della morte, satollato col boccone più prezioso della terra, così io forzo le tue putride mascelle ad aprirsi, (apre la tomba) e a tuo dispetto voglio impinzarti ancora di altro cibo.

PARIDE: Costui è quel bandito orgoglioso Montecchi, che uccise il cugino dell'amor mio, pel cui dolore si crede che la bella creatura morisse, ed è venuto qui a fare qualche villano insulto agli estinti:

io lo arresterò. (Avanzandosi) Cessa la tua empia fatica, o vile Montecchi! Può la vendetta essere spinta oltre la morte? Infame bandito, io ti arresto: obbedisci, e vieni con me, poiché tu devi morire.

ROMEO: Io debbo morire veramente, e appunto per questo venni qui. O buono e gentile giovinotto, non tentare un uomo disperato; fuggi di qui e lasciami; pensa a questi morti, e il loro pensiero ti spaventi.

Io ti scongiuro, giovinotto, non accumulare sul mio capo un altro peccato, spingendomi al furore. Oh, vattene! Per il cielo io ti amo più di me stesso, poiché io vengo qui armato contro me stesso; non restare, vattene: vivi, e racconta, fin da questo momento, che la clemenza di un pazzo ti ordinò di fuggire.

PARIDE: Io sfido i tuoi scongiuri, e ti arresto qui come un fellone.

ROMEO: Tu vuoi provocarmi? allora in guardia, fanciullo!



(Si battono)


PAGGIO: O Signore, si battono! anderò a chiamare la guardia.


(Esce)


PARIDE: Oh, sono ucciso! (Cade) Se tu sei pietoso, apri la tomba, e mettimi accanto Giulietta.

ROMEO: In fede mia lo farò. Esaminiamo questa faccia: il parente di Mercuzio, il nobile conte Paride? Che cosa diceva il mio servitore, quando la mia mente agitata non badava a lui mentre cavalcavamo? Mi pare ch'egli mi dicesse che Paride avrebbe sposato Giulietta; non disse così? o me lo sono sognato? O sono io un pazzo, sentendolo parlare di Giulietta, a pensare che egli dicesse questo? Oh, dammi la tua mano, tu che fosti inscritto con me nel libro dell'arcigna sventura! Io ti seppellirò in una tomba splendida; una tomba? oh no, un faro, o mia giovane vittima; poiché qui giace Giulietta e la sua bellezza trasforma questa tomba in una sala piena di festa e di luce.

O morte, riposa là dentro, sotterrata da un uomo morto. (Deponendo Paride nel monumento) Oh, come spesso gli uomini sul punto di morire provano un istante di gioia! Un istante, che chi li veglia suole chiamare: il lampo che precede la morte. Ma io come potrei chiamare questo un lampo? O amor mio, o mia sposa! La morte che ha libato il miele del tuo respiro, nulla ha potuto ancora sulla tua bellezza: tu non sei conquistata; l'insegna della bellezza è ancora rosea sulle tue labbra e sulle tue guance, e il pallido vessillo della morte non vi si è ancora spiegato. Tebaldo, giaci tu là nel tuo sanguinoso lenzuolo?

Oh! quale più grande favore poss'io farti, che con quella mano stessa che spezzò in due la tua giovinezza, spezzare quella di colui che fu tuo nemico? Perdonami, cugino! ah! cara Giulietta, perché sei tu ancora così bella? Debbo io credere che la morte immateriale senta l'amore, e che lo smunto aborrito mostro ti tenga qui nelle tenebre, perché tu sia la sua amante? Per paura di questo, io resterò per sempre accanto a te e non mi partirò mai più da questo palazzo della scura notte: qui, qui io voglio rimanere insieme coi vermi che sono le tue ancelle: oh! qui io fisserò il mio sempiterno riposo, e scoterò, da questa carne stanca del mondo, il giogo delle avverse stelle.

Occhi, guardatela per l'ultima volta! Braccia, prendete il vostro ultimo abbraccio! e voi, labbra, voi che siete la porta del respiro, suggellate, con un leale bacio un contratto indefinito con la morte che tutto rapisce! Vieni, amaro conduttore, vieni, disgustante giuda!

Via, o disperato pilota, precipita d'un colpo sugli scogli, che la infrangeranno, la tua barca afflitta e stanca dal mare. Bevo all'amor mio! (Beve) O speziale veritiero! Il tuo veleno è rapido. Io muoio così con un bacio. (Muore)



(Dall'altra parte del cimitero entra Frate LORENZO con una lanterna, una leva ed una vanga)


FRATE LORENZO: San Francesco mi accompagni! quante volte stanotte il mio vecchio piede ha inciampato nelle tombe! Chi c'è la?

BALDASSARRE: C'è un uomo che vi è amico, e che vi conosce bene.

FRATE LORENZO: Siate benedetto! Ditemi, mio buon amico, che cos'è quella torcia laggiù, che fa luce inutilmente a dei vermi e a dei teschi senz'occhi? A quel che vedo, essa è accesa nel monumento dei Capuleti.

BALDASSARRE: E' proprio così, padre santo; e là c'è il mio padrone, uno che vi ama.

FRATE LORENZO: Chi è?

BALDASSARRE: Romeo.

FRATE LORENZO: Quanto tempo è che è là?

BALDASSARRE: Una buona mezz'ora.

FRATE LORENZO: Vieni con me al sotterraneo.

BALDASSARRE: Io non oso signore: il mio padrone sa che io me se sono andato di qui; egli mi ha minacciato tremendamente di morte se fossi rimasto a spiare le sue intenzioni.

FRATE LORENZO: Allora resta; anderò solo. La paura mi prende; oh, io temo molto qualche triste sciagura!

BALDASSARRE: Mentre dormivo qui sotto questo tasso, ho sognato che il mio padrone si batteva con un altro, e che il mio padrone l'ha ucciso.

FRATE LORENZO (avvicinandosi al monumento): Romeo! Ahimè, ahimè! che cos'è questo sangue che macchia la marmorea entrata del sepolcro? Che significano quelle spade senza padrone e imbrattate, che giacciono per terra, rosse di sangue in questo luogo di pace? (Entra nel monumento) Romeo! oh qual pallore sulla sua faccia? Chi c'è ancora? Come, anche Paride? E' bagnato di sangue? Ah, quale sciagurata ora è rea di così lacrimevole sventura! La fanciulla si muove.



(Giulietta si sveglia)


GIULIETTA: O padre consolatore! Dov'è il signor mio? Io mi ricordo bene in qual luogo debbo essere; e infatti ci sono: ma dov'è il mio Romeo?



(Si sente del rumore)


FRATE LORENZO: Sento del rumore. Fanciulla, esci da cotesto nido di morte, di contagio, di sonno artificiale; una potenza superiore, alla quale noi non possiamo opporci, ha attraversato i nostri disegni:

vieni, vieni via; tuo marito giace costì morto, accanto te, e Paride anche; vieni, io ti metterò in un convento di sante monache; non mi chiedere spiegazioni, poiché la guardia arriva. Vieni, andiamo, mia buona Giulietta (il rumore si avvicina) io non oso restare più a lungo.



(Frate Lorenzo esce)


GIULIETTA: Va', fuori pure di qui, poiché io non anderò via. Che cosa c'è qui? una tazza che il fido amor mio tiene stretta in mano?

Comprendo: il veleno è stato la causa della sua fine immatura; oh cattivo! lo ha bevuto tutto, e non ne ha lasciato una benefica goccia, che dopo lui aiutasse me? Voglio baciare le tue labbra; forse vi rimane ancora un po' di veleno, che basti per farmi morire con le dolcezze di un cordiale. (Lo bacia) Le tue labbra sono ancora calde.

PRIMA GUARDIA (di dentro): Guidaci, ragazzo, quale strada dobbiamo prendere?

GIULIETTA: Che! del rumore? Allora bisogna far presto. Oh, pugnale benedetto! (Afferrando il pugnale di Romeo) ecco, il tuo fodero è questo: (si colpisce) arrugginisci qui dentro, e fammi morire. (Cade sul corpo di Romeo, e muore)



(Entra la Guardia col Paggio di Paride)


PAGGIO: Ecco il luogo: là dove arde quella torcia.

PRIMA GUARDIA: Il terreno è insanguinato: cercate intorno pel cimitero: andate, alcuni di voi, e chiunque trovate arrestatelo.

(Escono alcuni della Guardia) Oh pietosa vista! Qui giace ucciso il conte e per terra c'è Giulietta sanguinante, ancora calda, e appena morta, lei che da due giorni era stata sepolta qui! Andate, avvertite il Principe, correte dai Capuleti, fate venir qui i Montecchi: altri di voi si diano a cercare intorno. (Escono altre Guardie) Noi vediamo il terreno sul quale giacciono le vittime di queste sventure; ma il vero terreno dal quale germogliò il seme di tutte queste lacrimevoli sventure, non potremo scoprirlo senza conoscere le circostanze particolari.



(Rientrano alcuni della Guardia con BALDASSARRE)


SECONDA GUARDIA: Ecco il servo di Romeo: l'abbiamo trovato nel cimitero.

PRIMA GUARDIA: Trattenetelo in un luogo sicuro, finché giunga il principe.



(Rientra un'altra Guardia con Frate LORENZO)


TERZA GUARDIA: Qui c'è un frate che trema, spira e piange: questa leva e questa zappa, le abbiamo sequestrate a lui mentre veniva da questa parte del cimitero.

PRIMA GUARDIA: Egli è molto sospetto: trattenete anche il frate.



(Entra il PRINCIPE col suo Seguito)


PRINCIPE: Quale sventura si è alzata oggi così di buon'ora, da toglierci al nostro riposo mattutino?



(Entrano il CAPULETI, MADONNA CAPULETI ed altri)


CAPULETI: Che può esser mai accaduto, che tutti urlano a questo modo per le vie?

MADONNA CAPULETI: La gente, per la strada va gridando chi "Romeo", chi "Giulietta", e chi "Paride"; e tutti con grande schiamazzo corrono verso il nostro monumento.

PRINCIPE: Che cosa sono queste grida paurose che ci colpiscono gli orecchi?

PRIMA GUARDIA: Signore, qui c'è il conte Paride assassinato, e Romeo morto, e Giulietta, che era già morta, è qui uccisa in questo istante e ancora calda.

PRINCIPE: Cercate, domandate, e informateci come si spiega questo orrendo massacro.

PRIMA GUARDIA: Qui c'è un frate e un servo dell'ucciso Romeo, che avevano addosso degli strumenti necessari per aprire le tombe di questi morti.

CAPULETI: O cielo! Moglie mia, guarda come versa sangue la nostra figliuola! Questo pugnale ha sbagliato strada, poiché, vedi, la sua guaina è là vuota al fianco del Montecchi, e per errore s'è riposto nel seno di mia figlia!

MADONNA CAPULETI: Ohimè! questo spettacolo di morte è come una campana che annunzia alla mia vecchiaia la partenza per il sepolcro.



(Entrano il MONTECCHI ed altri)


PRINCIPE: Vieni, o Montecchi, tu ti sei alzato innanzi tempo, per vedere il tuo figliuolo ed erede ancor più innanzi tempo coricato.

MONTECCHI: Ah! mio principe, stanotte è morta mia moglie; il dolore cagionatole dall'esilio del suo figliuolo le ha stroncato il respiro:

quale nuova angoscia cospira contro la mia vecchiaia?

PRINCIPE: Guarda e vedrai.

MONTECCHI: O screanzato figliuolo! qual rispetto è cotesto: spingersi innanzi al proprio padre verso una tomba?

PRINCIPE: Chiudi per un istante la bocca alla disperazione finché siamo in grado di chiarire questi misteri e conoscerne l'origine, l'occasione, il loro vero principio, e allora io stesso mi farò guida ai tuoi dolori, e ti accompagnerò fino alla morte: per ora frenati, e lascia che la sventura sia schiava alla pazienza. Fate venire innanzi le persone sospette.

FRATE LORENZO: Fra queste io sono la più importante, e sebbene il meno capace di sì orrendo misfatto, io sono, tuttavia, il più sospetto, cosi gravemente depongono contro di me il tempo e il luogo; ed eccomi qui pronto umilmente ad accusarmi e a discolparmi di ciò che in me è condannabile c scusabile.

PRINCIPE: Allora racconta subito quello che sai.

FRATE LORENZO: Sarò breve, poiché il poco fiato che mi avanza non è tanto che mi basti per annoiarvi con un lungo racconto. Romeo qui morto, era marito di Giulietta; e lei, lì morta, era la fedele moglie di Romeo: li avevo sposati io, e il giorno del loro segreto matrimonio fu quello stesso in cui morì Tebaldo, l'immatura morte del quale fece bandire da questa città il novello sposo e per lui, non per Tebaldo, si struggeva Giulietta. Voi per liberarla dal dolore onde era oppressa, la fidanzaste, e l'avreste maritata per forza, al conte Paride. Lei, allora venne da me, e con la disperazione negli occhi mi scongiurò di trovare qualche mezzo onde liberarla da questo secondo matrimonio, altrimenti si sarebbe uccisa nella mia cella stessa.

Allora io, consigliato dall'esperienza, le detti un sonnifero, il quale fece l'effetto che io desideravo, poiché operò su di lei l'apparenza della morte. Nello stesso tempo scrissi a Romeo che fosse venuto qui proprio in questa fatale notte, per aiutarmi a trarla fuori dalla sua finta tomba essendo giunto il momento nel quale l'azione del narcotico doveva cessare. Ma quegli che portava la mia lettera, cioè frate Giovanni, fu trattenuto per un malaugurato caso, e ieri notte venne a restituirmi la lettera. Allora, al momento preciso del suo risvegliarsi, sono venuto da me solo qui per farla uscire dalla volta sotterranea dei suoi congiunti, con l'intenzione di tenerla nascosta nella mia cella, finché avessi potuto mandarla in modo conveniente a Romeo. Ma allorché giunsi, qualche minuto prima del momento in cui si doveva svegliare, il nobile conte Paride e il fedele Romeo giacevano qui morti immaturamente. Essa intanto si svegliava, ed io la scongiuravo di venir via e sopportare con rassegnazione quest'opera del cielo: ma in quell'istante un rumore mi fece allontanare, per subita paura, dalla tomba, e lei in preda ad una estrema disperazione non volle venir via con me, ma, a quel che pare, fu violenta contro se stessa. Questo è tutto quello che so io: del matrimonio è consapevole anche la sua nutrice; e se in tutto ciò qualche sciagura è accaduta per colpa mia, questa mia vecchia vita sia sacrificata qualche ora prima della sua fine naturale al rigore della legge più severa.

PRINCIPE: Noi ti abbiamo conosciuto sempre per un sant'uomo. Dov'è il servo di Romeo? Che cosa può dire di tutto questo?

BALDASSARRE: Io portai al mio padrone la notizia della morte di Giulietta, ed egli allora senz'indugio parti da Mantova, e venne qui in questo luogo, proprio qui a questo monumento. Mi ordinò di consegnare di buon mattino questa lettera a suo padre, e mi minacciò di morte, entrando nella volta sotterranea, s'io non mi fossi allontanato, e non lo avessi lasciato lì solo.

PRINCIPE: Datemi la lettera, voglio vederla. Dov'è il paggio del conte, che è andato a chiamar la guardia? Monello, che cosa veniva a fare il vostro padrone in questo luogo?

PAGGIO: Veniva con dei fiori per spargerli sulla tomba della sua donna, e a me aveva ordinato di restare in distanza, ciò che io avevo fatto: poco dopo venne uno con una torcia per aprire la tomba, e il mio padrone in un attimo trasse fuori la spada contro di lui, ed io allora scappai via a chiamare la guardia.

PRINCIPE: Questa lettera rende ragione alle parole del frate, racconta le peripezie del loro amore, e accenna alla notizia della morte dl lei: ed egli scrive, qui, che aveva comprato un veleno da un povero speziale e che con quello era venuto in questa volta sotterranea, per morire e giacere accanto a Giulietta. Dove sono questi nemici?

Capuleti! Montecchi! Guardate quale maledizione è caduta sul vostro odio: il cielo per uccidere le vostre gioie si è servito dell'amore!

Ed io per aver chiuso gli occhi sopra le vostre discordie, ho perduto due parenti. Noi siamo tutti puniti.

CAPULETI: O fratello Montecchi, dammi la tua mano: eccoti in questa stretta la dote di mia figlia, poiché io non posso chiedere di più.

MONTECCHI: Ma io posso darti di più: io farò innalzare a tua figlia una statua d'oro puro, affinché nessuna immagine, finché duri il nome di Verona, sia tenuta in così alto pregio, come quella della leale e fedele Giulietta.

CAPULETI: E in una forma egualmente preziosa starà Romeo presso la sua donna: povere vittime, tutt'e due, della nostra inimicizia.

PRINCIPE: Questa mattina è foriera di una pace che rattrista; il sole pel dolore non mostrerà la sua faccia. Andiamo via di qui, a ragionare ancora di questi dolorosi avvenimenti; a qualcuno sarà perdonato ed altri sarà punito; poiché non ci fu mai storia più pietosa di questa di Giulietta e del suo Romeo.

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